E-commerce di insuccesso, buoni casi da evitare

Oggi, in pieno agosto, vagavo nel web a controllare la concorrenza diretta, salvo poi accorgermi che di concorrenza ne è rimasta ben poca. Hanno tutti più o meno tirato le cuoia negli ultimi due anni. Parlo di e-commerce come il mio che vendono in dropshipping prodotti di made in Italy, artigianato e design. Presa dall’ansia, e approfittando della calma dell’estate, ho fatto due chiacchiere al telefono con Carmine, uno tra i miei artigiani più digitali. Di quelli che rispondono anche se sono in ferie 🙂 L’ho chiamato così per condividere uno sfogo, e una paura sottesa a questi casi di e-commerce di insuccesso. L’elenco di quelli che hanno chiuso negli ultimi anni è impressionante: Buru-Buru, Lovli, Efesti, Shoppable, e sono prossimi altri due molto grossi. Li accomunava una cosa ben precisa: erano tutti nati come start-up innovative digitali e tutti avevano ricevuto finanziamenti e sovvenzioni da private equity o capital venture. Non parlo di qualche centinaio di migliaio di euro. Sto parlando di milioni. Se li sommo assieme, questi e-commerce di insuccesso hanno preso in totale più di 7 milioni di euro.

  • Shoppable nasceva nel 2012 insieme a Tannico, e faceva parte del gruppo finanziario Boox – ha preso 500.000 euro;
  • Buru-Buru nasceva nel 2013 all’interno dell’incubatore Nana Bianca. Anche per loro 300.000 euro;
  • Lovli nasce nel 2012 e si è beccato finanziamenti per 800.000 euro;
  • Efesti nato nel 2014 ha trovato anche lui un finanziamento, ma non conosco l’entità, credo intorno ai 300.000 euro;
  • Madeinitalyforme nato nel 2013 ha avuto di recente una ricapitalizzazione. Non è noto di quanto;
  • Lovethesign, il più grande di tutti nato nel 2012 ha superato i 10 milioni di fatturato, e 5 milioni di euro di finanziamento negli ultimi due anni.

I motivi del fallimento

Tutti falliti o sull’orlo del fallimento. Sono sbigottita. Penso a quanti soldi di fondi privati ci sono in Italia – volendo chiederli – e a quante poche capacità tra l’imprenditoria digitale in Italia. Riuscite a immaginare quanti sono 7.000.000 di euro? Avete idea di che progetti spaziali si possono fare online con questa cifra per il nostro Made in Italy? E invece sono finiti spezzettati in progetti poco diversi uno dall’altro, nati quasi contemporaneamente, e bruciati dalla ferocia del web e dei suoi costi (contatto) troppo spesso sottovalutati. L’iceberg disegnato per spiegare nel mio libro le dinamiche della vendita online li mostra in maniera lampante.


Continuo a domandarmi come abbiano fatto persone così preparate digitalmente a farsi fregare così facilmente. Entrambi dico: chi ha operato le scelte e chi ha ci messo i soldi. Salvo che chi mette i soldi è il meno ignaro della situazione, perchè la maggior parte di questi è solo alla ricerca di facili bancomat. Chi resta veramente fregato è lo start-upper di turno, quello che ci ha creduto, ci ha speso del suo e voleva fare la differenza sul palcoscenico del web.

Riflessioni spicciole. Forse.

Non esistono certezze nel web. Al momento esistono solo ipotesi-più-probabili-di-altre per avere successo in quel canale, un po’ come nella scienza. Ma non è la ferocia del web a preoccuparmi, quello è un male comune, anche se non ne gioisco. In Italia siamo talmente arretrati digitalmente che le percentuali delle casistiche negative restano per fortuna risicate. Mi preoccupa il sistema Paese per l’innovazione e la digitalizzazione, strangolato dagli interessi di pochi, e questi pochi con una vision a corto raggio. Ecco, questo mi rattrista, perchè non mi dà modo di sperare in un upgrade del panorama e un accesso più democratico alle risorse. Io non ho mai chiesto una lira per il mio E-Italy, ho portato da sola la mia società a pareggio di bilancio in tre anni. Faticosissimo. Ne vado fiera, ma la fierezza non è un asset monetizzabile, tanto vale non citarla. Comincerò come tutti a chiedere Euro.

Sì, insomma, avete capito che non è una bella giornata, soprattutto se ci aggiungo che è appena caduto l’ennesimo governo. Resto facilmente convinta di una cosa: non ci sono alternative. Non ho altra scelta che continuare a lavorare per cercare di dare i miei 2 cents a questa digitalizzazione del Made in Italy, cercando di applicare i miei filtri personali al processo. E come dico sempre: senza delirio di onnipotenza, ma con sempice dedizione al bello, funzionale, sostenibile.

Ai posteri l’ardua sentenza.

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