Manifattura cinese ed esperienza italiana: le etichette ci dicono quello che sono, o no?

Questo post sarà senza capo né coda e soprattutto molto scivoloso. Sul tema della manifattura cinese, ho poche idee molto confuse, nessuna risposta, tanti dubbi e tante virgolette. E adesso che ho messo le mani avanti per pararmi da entrate a gamba tesa, diciamo così, proverò a riflettere su alcune esperienze di acquisto.
Osserviamo la seguente foto: è stata scattata tre estati fa in un piccolo mercato di un delizioso paesino di montagna di nome Vallouise nelle Hautes Alpes francesi.

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Fabrication europeenne, textile italien“. Mancherebbe “manufacture chinoise”, perché i capi di abbigliamento esposti provengono sì dall’Italia e riportano in etichetta la dicitura Made in Italy, ma la produzione è cinese – fidatevi, lo so e perché lo so lo aggiungo nella nota biografica, forse -.

Ora osserviamo questa seconda immagine, scattata pochi giorni fa in un negozio italiano a Bibione Pineda.

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Sorvoliamo sulla virgola sbagliata e sulla traduzione alla Google translate che urlano vendetta.
Anche questo capo di abbigliamento è di manifattura cinese, proviene cioè da uno dei tanti laboratori cinesi diffusi in varie parti d’Italia, eppure millanta una esperienza italiana che “garantisce pregio e qualità” (ecco, ho scritto millanta e già mi sento scivolare pericolosamente).
Il capo in oggetto è un abito di cotone stampato che ha un prezzo effettivamente contenuto.

Ora, se trovo questa etichetta in un negozio “di cinesi” tenderò a dare uno statuto di verità a quell’etichetta diverso rispetto al trovarla in un negozio “italiano”? Questa etichetta mi sta prendendo in giro o mi sta dicendo la verità? Sta usando il brand Made in Italy furbescamente, oppure l’esperienza italiana è così pervasiva da permeare anche la manifattura cinese (cioè, per intenderci, fatta in Italia da aziende condotte da cittadini di origine cinese -…swiiishhh-)? Ma soprattutto, perché mi dovrebbe interessare quello che mi racconta l’etichetta? In fondo, l’abito è carino e costa poco e non c’è dubbio che sia stato fatto in Italia.

Poi, ci sono tanti altri capi di abbigliamento prodotti all’estero da aziende italiane che scrivono sull’etichetta che, ok, la manifattura è estera, ma il design, il concept e qualche altra parola inglese sono italianissimi.

Esperienza, idea, manifattura: che senso ha distinguerle?

Tanto, o forse nessuno, dipende dall’oggetto, dal prezzo, dalla consapevolezza di chi produce e di chi acquista. Ciò che è chiaro è che il Made in Italy è un valore aggiunto di cui ci si impossessa per fare leva sul consumatore, italiano o francese che sia, e che sta al consumatore lo sforzo enorme di decidere cosa gli interessa valorizzare attraverso il suo atto di acquisto. Ribadisco, lo sforzo è enorme, perché all’individuo si richiederebbe consapevolezza in un momento solitamente legato al “piacere” dell’acquisto, ma soprattutto di essere informato e critico per districarsi tra aziende che millantano e altre che fanno storytelling sul concept del design.

Oh mon Dieu, non si può più nemmeno comperare una cosuccia estiva in santa pace!

 

Foto di copertina etichette Le4uadre, che fa a mano anche le etichette, una a una.


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2 Commenti

  1. Niente di più vero, ormai è una giungla, ma la cosa più preoccupante, che diverse aziende italiane, rimaste in italia, hanno svuotate le aziende,dei dipendenti e fanno produrre in Cina, e commercializzano prodotti che spacciano, prodotti in Italia. Come sempre il pesce puzza dalla testa.

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