Le proporzioni del marmo di Stefano Facchini

Oggi ho conosciuto di persona Stefano Facchini. Era da un po’ che aspettavo di incontrarlo, anche se Paola, il suo braccio destro, mi aveva avvisata che era un po’ difficile incrociarlo e immortalarlo. Sì, perché io sono andata là, in fiera a Longarone, quasi solo per quello. Per scattagli una foto, e dare evidenza dell’anima che si aggira dietro alle sue sculture di marmo. E finalmente sono arrivata a capire.

Da un pezzo di pietra si toglie, non si aggiunge

Vediamo di cominciare dall’antefatto. Paola mi ha raccontato, nel modo semplice di chi è abituato a un certo grado d’eccellenza, i capolavori e le lavorazioni che escono dal laboratorio di Arte 2000. Quando sono andata a visitare la loro produzione mi ha fatto camminare tra bassorilievi e sculture dai marmi colorati e a me sconosciuti, ma di un fascino antico e ammaliante. Una specie di foro romano nel bel mezzo della marca trevigiana, anacronistico e affascinante.

le proporzioni del marmo
Tutto parte da qui

Poi alla fine del giro, delle polveri e dei semilavorati, mi mostra alcuni materiali fotografici, ambienti completamente rivestiti in marmo, piscine da capogiro, bagni proibitivi, e poi un caminetto doppio realizzato per una famiglia privata americana. Me la passa come una delle personalizzazioni di cui sono capaci. Io quasi non ci credo che da quel piccolo capannone, tra tanti della zona industriale di Colle Umberto, sia uscito un capolavoro che ha richiesto 7.000 ore di lavoro, 25 tonnellate di marmo grezzo per 50 m2 di parete, con un’aquila reale dall’apertura alare di 1,7 mt. Guardo e riguardo incredula la foto, perché le proporzioni mi sono immediatamente chiare: Stefano nella foto arriva alla traversa del caminetto e sopra la sua testa incombono altri 4 metri di marmo con tanto di aquila reale. Pensavo che si fosse estinta secoli fa l’abilità di una certa eccellenza scultorea, ma mi sono felicemente ricreduta. Stefano oggi mi ha raccontato un po’ alla volta le radici della sua passione, che non è altro che il suo linguaggio.

la leggerezza del marmo
La leggerezza del marmo

Schivo e inverosimilmente modesto, mi racconta della cava dei nonni in Istria e delle storie di marmo che ascoltava fin da bambino. Gli basta poco per capire di volersi rinchiudere in un olimpo nel quale consacrare la nobiltà di uno dei materiali più ambiti al mondo. Lui lo chiama il suo mondo e sembra starci bene dentro. Mi racconta delle cave italiane, del commercio odierno nei due poli principali, Verona e Carrara, e di come lui vada personalmente a scegliersi i pezzi più adatti alla sua clientela. In vita sua ha lavorato più di 360 tipi diversi di marmo, ne conosce profondamente le rispondenze, le criticità, i pregi, la bellezza.

Nelle pietre è conservata la memoria e la storia del mondo; ci piace pensare che questa conoscenza appartenga anche alle nostre.

 Ha l’umiltà di chi da sempre fa cose eccezionali e ha quasi smesso di compiacersene, o se non altro non ostenta ciò che in realtà dovrebbe, il fatto di incarnare una abilità millenaria tutta italiana delicatamente affinata da secoli di storia. Lui dice che da giovane si è chiuso dentro a quel mondo, io dico che ne è uscito fuori benissimo, silenzioso e altisonante come i suoi capolavori.

Per fare una Ferrari bastano 400 ore di lavoro. Questione di proporzioni, come dice Stefano.

made in Italy 3.0
Paola, Martina, Stefano

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