L’artigianato di Cison

Oggi era l’ultimo giorno dell’ormai decennale mercato dell‘artigianato di Cison di Valmarino. E io l’ho preso per i capelli, in ritardo di due anni sull’aggiornamento. Mi incanto sempre ad ammirare chi ha nelle mani il genio che io non riesco ad avere se non nell’infilare parole. E con beneficio del dubbio, poi.

Al di là della stanchezza dell’ultimo giorno di kermesse, c’era per strada la voglia di scovare l’ennesima eccellenza nascosta tra i cortili del borgo trevigiano, tra i più belli in Italia. E in effetti c’era l’agonizzante artigianato di chi non ci sta a essere relegato ai mercatini, e che rivendica il giusto posto. Io forse sarò di parte, sarò deviata da una certa impostazione di provenienza, ma continuo a credere che la differenza oggi la fa il valore. Un marketing di valori, quello che Kotler definisce 3.0.

Shouting is dead. Entertain, inform, provide utility. Certo deve esserci il prodotto, bello in maniera autoevidente (e risparmiatemi il dovere della dimostrazione filosofica), ma poi ci deve essere funzionalità, e una storia che lo proietta di per sé a un futuro. Meglio se facilmente sostenibile.

Smettetela di pensare che gli artigiani italiani siano i bottegai medievali che cuciono calzature in cuoio, buone solo per le scene teatrali del Belpaese che si autoincensa. Gli artigiani italiani c’hanno delle palle, che gli industriali non hanno più bisogno d’avere, perché le hanno barattate per i giusti favori. Questi artigiani qui, che ho visto oggi, non tutti, non sempre, con un occhio si guardano le spalle e con l’altro accolgono chi tra il pubblico è ancora capace di sostenerli. Per passione o devoto mercato. Del bello, autoevidente.

artigianato vivo
passato e futuro a confronto sul presente
artigianato
funzionalità tout court
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