Il mondo digital italiano ha più addetti ai lavori che ai valori

Questo è un post molto markettaro, (per forza di cose visto il titolo), invito subito ad astenersi chi ha il mal di testa al solo sentire qualche inglesismo. Salvo poi mettere la legenda in calce. Via, si parte! Chi c’è c’è, chi non c’è salta al prossimo!

7 minuti di lettura, se non li hai, torna con calma…

Di solito scrivo un post se mi capita qualcosa di interessante da raccontare durante le mie giornate, altrimenti pazienza, non muore nessuno. Nessuno si strappa i capelli e Google ha ben altro da sputare fuori nella SERP, che i miei post sul Made in Italy. Però Alessandra, la mia amica matematica,  oggi mi ha chiesto incalzante di cosa scriverò nel prossimo post. Lei è l’altro mio specchio magico, per capirci, quello che riflette di me ciò che io non vedo neanche volendo ipotizzare. Allora ho colto il suo invito e ho setacciato tra le cose interessanti che mi sono successe nell’ultimo mese e la più degna di nota è di certo l’incontro con i giovani adepti digitali dello IUSVE di Mestre, dove ho avuto l’onore di chiacchierare per un paio d’ore la settimana scorsa. Li accomunava non tanto il dato anagrafico che li bolla nativi digitali, quanto una certa curiosità per il web a 360°, meglio se di casa, italiano, ancora di più se di e-commerce si tratta.  E il riscontro di quella piccola platea mi ha spinto a riflettere (a posteriori, come Epimeteo!) su un certo atteggiamento del mondo digital italiano.

 C’è un mondo di addetti ai lavori che negli ultimi anni ha perso più tempo a cercare di identificare la propria job description, che a esercitarla.

Una specie di nuova categoria lavorativa, spuntata fuori all’improvviso insieme alla sharing economy, ai social network e a tutto quello che potremmo tentare di circoscrivere nel fenomeno Web 2.0.  C’è un mondo di addetti ai lavori che negli ultimi anni ha perso più tempo a cercare di identificare la propria job description, che a esercitarla. Partiamo dagli esempi concreti: Social Media Manager, Digital Strategist, Seo Specialist, Digital PR, Brand Reputation Specialist, Blogger… e una marea di varianti sul tema. Un circo, per capirci, in rapidissima e costante evoluzione. Qualcuno di questi ci ha rinunciato a delineare i contorni delle proprie competenze, perché la rete è esattamente così: incomprensibile, nel senso latino del termine, non-abbracciabile dal pensiero in un istante fermo e uguale a se stesso. Mi verrebbe da dire che è la massima esponente di Eraclito dell’era postmoderna. Ma la cosa che mi fa sorridere di più, a parte le pittoresche diciture dei mansionari, è osservare sulla piazza digitale così tanti attori che parlano della rete e sulla rete con un taglio così accademico (come se avessero la verità in pugno), da dimenticare che la rete la fanno loro, ne disegnano le direzioni nel momento stesso in cui la descrivono e ne insegnano l’uso agli utenti e alle aziende alle quali vendono le loro competenze aggiornate all’ultima release.

Allora, come ho fatto nella classe dei ragazzi di Mestre, lancio anche a questa schiera di nuovi maestri digitali un appello: dosate un po’ meglio il prometeico slancio alla techne con un po’ di sano senno del poi, in favore di una ecologia del web più condivisibile. O sostenibile, come preferisco definirlo io in ottica 3.0. Questo per evitare a tutti noi, attori e spettatori del web, l’eco del superfluo. Siete voi i maestri: se le conversazioni in rete non vi sembrano di qualità, in qualcosa deve aver sbagliato anche il maestro.

Andiamo con la legenda:

SERP: quella sfilza di righe che il motore di ricerca preimpostato nel vostro programma di navigazione vi presenta quando cercate qualcosa. Acronimo di Search Engine Risults Page.

Nativo digitale: diciamo nato negli anni ’90? Più verso la fine…

Web 2.0: questo è complicato in due righe… Detto con gli antichi: quando dal mono-logo si passa al dia-logo. Nel web.

Sharing economy: dalla proprietà dei beni alla condivisione retribuita di quei beni.

Social Media Manager: generalmente si definiscono da soli “quelli che smanettano dalla mattina alla sera sui social” e vengono retribuiti per questo. Quelli bravi bravi (e ce ne sono in Italia) fanno analisi di mercato, swot, bench marking, KPI, customer journey mapping, analisi del sentiment, piani editoriali, produzione contenuti copy e visual, gestione delle crisi e analisi dei ROI. Qui la leggenda non ve la metto sennò si fa notte. Googolate da soli.

Digital Strategist: quello che sa come-cosa-dove-quando-perché della rete. Se ne trovate uno bravo, presentatemelo!

SEO Specialist: quello che gioca a scacchi con Google, e quando Google si stufa cambia le regole del gioco per tirarli tutti matti. Da piccolo, nell’era analogica, era quello che finiva tutta la settimana enigmistica da solo!

Digital PR: i ruffiani del web (l’ho detto!), con qualche rara eccezione…

Brand Reputation Specialist: chi si occupa di monitorare cosa si dice nella rete di te, nel bene e nel male. Per fare un esempio concreto, in casa  Melegatti, dovrebbero assumerne uno di corsa…

Blogger: assetate di campioncini e gadget promozionali. Molte, ma non tutte…

Ho dimenticato niente?

Di Eraclito ed Epimeteo sono sicura che non ve ne frega niente. Eppure…


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