Il coraggio dei Millennial italiani

Oggi mi sono concessa il lusso di andare a visitare una delle realtà più innovative del territorio pordenonese: il Talent Garden, il primo spazio di coworking urbano. Un reale vivaio di talenti, più o meno Millennial, che ha incubato i tre famosi giovani pordenonesi balzati di recente agli onori delle cronache per aver fatto innamorare del loro progetto uno dei migliori acceleratori della Silicon Valley.  Ecco, oggi li ho finalmente conosciuti! Paolo, Alessio e Vincenzo hanno disegnato e brevettato un vaso per piante da appartamento che purifica l’aria attraverso il processo della pianta, che fa da biofiltro. Una figata a pensarci bene, magari non di priorità assoluta nella mia lista dei desideri, ma certamente innovativo.

Eppure della piacevole ora spesa ad ascoltarli la cosa più spaziale non è stato il progetto in sé, quanto piuttosto il racconto di come è andata, di come sono riusciti a fare bingo! Sì, perché se hai 26 anni e sei fresco di laurea in Italia, puoi anche essere uscito dalla Bocconi, ma la strada non è proprio quello che si direbbe un percorso in discesa. Eppure questi tre ragazzi mi sono sembrati la migliore espressione della generazione Millennial. Coraggiosi, smart, ignari della mole di lavoro e difficoltà che li aspettava, ma non per questo timorosi. Tutt’altro! Noi stiamo tanto qua a preoccuparci per loro, per il loro futuro. Ma loro, mentre noi ci teniamo la testa tra le mani, hanno già trovato la soluzione a tutto. In rete magari, alla velocità della luce, dall’arto-telefono. Quello che vogliono in un modo o nell’altro lo ottengono, avvalendosi di quella sharing economy che noi gli abbiamo, nostro malgrado, procurato, tanto per tornare al coworking.

Fare networking è stata la morale della favola a fine presentazione, questo li ha aiutati a partire. Allora lunga vita ai coraggiosi Millennial italiani! Forse la loro attitudine alla socializzazione, alla condivisione delle conoscenze e dei mezzi potrebbe essere un buon presupposto per un Made in Italy più aggregato e meno solipsista. 3.0 appunto, bello, funzionale, sostenibile, come Clairy.

[clap, clap, clap]

Detto questo mi permetto una postilla da generazione analogica, sulla quale lascio libere le conclusioni.

La mia amica Michela sulla sua bacheca Fb continua a correggere gli accenti errati delle pagine adv di grandi brand di prodotto, apostrofandoli con l’hashtag #ortografia, indignata come solo una prof della comunicazione può essere.

Stasera alla presentazione di Clairy una delle slide riportava la parola Crowdfounding scritta erroneamente: corretto è crowdfunding. Io sarei sprofondata al posto loro.

Eppure Gianluca Diegoli, uno dei maggiori esperti digitali italiani, dipinge in maniera lucida e realistica questo compromesso in uno dei suoi ultimi post che parla di Millennial:

una generazione keyboardless, che nasce con lo smartphone e non con la TV o il PC, e non ha nessuna remora etica e nessun senso di inferiorità nell’abbattere gli steccati “classici” della “qualità” come li intendiamo noi, gli steccati che codificavano scrittura, fotografia, cinematografia in rigide regole, che però erano perfette per dei contenitori di 50 anni fa.

 

I credits: la foto Coworking in copertina è di Cristian Macchitella, miglior coworker dei miei trascorsi lavorativi, avrei testimoni a palate.

La citazione accanto è di wikipedia.

Gianluca Diegoli lo trovate qui, puntuale, proprio perché nativo analogico.

 

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