Generazione hipster

“L’hipster è un uomo sotterraneo. È amorale, anarchico, gentile e civilizzato al punto da essere decadente. Si trova sempre dieci passi avanti rispetto agli altri grazie alla sua coscienza. Conosce l’ipocrisia della burocrazia e l’odio implicito nelle religioni, quindi che valori gli restano a parte attraversare l’esistenza evitando il dolore, controllando le emozioni e mostrandosi cool? Egli cerca qualcosa che trascenda tutte queste sciocchezze e la trova nel jazz.”  A detta di Wikipedia.

Oggi sono stata a Milano, in car sharing sia in andata che ritorno. E ho avuto il piacere di viaggiare con 4 giovani under 25, Alessio, Umberto, Valeria e Pasquale. Brillanti, variegati, nostrani seppur dalle radici lontane. Profumati di gioventù fin nelle ossa.  Alessio, il nostro chaffeur, ha riempito l’Alfa alla velocità della luce, con una semplicità e un’incoscienza che solo i nativi digitali hanno. E poi sono partiti i bla bla, prima di superficie, quasi per prendersi le misure, poi più impegnati fino a ragionare dei massimi sistemi. E allora Umberto ha dato il meglio di sé. Ingegnere dei materiali in dirittura d’arrivo, mi ha spiegato con parole potabili il Paradosso del gatto di Schroedinger, che ho quasi creduto di capire, salvo poi cancellarne le tracce nella memoria. Poi siamo arrivati a E-Italy e allora hanno affondato i denti succosi di acquolina, affamati di contenuti esotici per loro, ma non troppo. Del resto sono loro i nativi digitali, mica io.

Solo che poi l’affamata ero io, di interlocutori vergini al mio tema e mi è partita la domanda: perché in Italia si producono così tante cose belle, perché tutte qui e così tante? Umberto ha corso per tutti e mi ha dato la sua vision, con le parole semplici di un ingegnere dei materiali cresciuto nella subcultura metropolitana. In Italia si producono cose belle perché alla base c’è una storia di parcellizzazione sociale e territoriale che ha ingaggiato una gara a chi aveva la torre più alta, il castello più grosso, l’arazzo più ampio, il poeta più quotato. Una gara al rialzo insomma, che ci ha educati all’eccellenza Dovrei concludere che abbiamo la competizione nel sangue, più che l’eccellenza, a questo punto. E una buona dose di bullismo, difficile negarlo. So far. Chapeau a Umberto e alla generazione hipster che viaggiava con me. Non solo per lo spunto di riflessione interessante sulla gara, ma per l’approccio, la freschezza, l’energia e la disponibilità.  Non è del tutto vero che la generazione hipster è sinonimo di controcultura, a me oggi è sembrato che questi 4 giovani mi abbiano dato prova di procultura, seppur in erba.  E che il mio Made in Italy 3.0 vesta la loro taglia.

Buon viaggio di andata e ritorno al futuro anche a voi!

generazione hipster
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Foto: Teste di Moro, Germana Scapellato, Homi Milano

 

 

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