Delle capre, dell’asino e infine delle rane | Roberto Bertazzon

Roberto Bertazzon, quando è arrivato a trovarci in ufficio, aveva l’aria stranita di chi non sa bene perchè è lì, e la generosità di chi non ha bisogno di saperlo. Come in una foresta di cui non conosci i confini si è messo a saltare da una liana all’altra accompagnandomi a random tra i capolavori degli ultimi suoi anni. Gli alberi con Venini per sensibilizzare il pubblico alle specie floreali in via d’estinzione, l’installazione di o piatti alla stazione Leopolda di Firenze comprati in un sol colpo dall’Elettrolux che li ha reputati, tutti 180, un capolavoro da museo. Poi i foulard pensati e disegnati insieme a Giannico per la campagna “no racism”. Poi è la volta di casa sua, le colline del Prosecco, dalle quali distilla il tappo-sgabello personalizzabile a piacimento su richiesta. Una infilata inarrestabile di liaison evidenti al territorio, meglio, alla terra, all’agreste veemenza di chi la vive e ne rivendica il primordiale dominio. Sì, perché è di quello che si parla. Roberto dà voce a chi ha perso il diritto di suolo. Gli esiliati a casa propria, il paradosso più grottesco.

E lentamente solo alla fine, dopo avermi presentato le galline della Biennale, “le stars” a Venezia nell’edizione 2011, mi racconta delle capre, dell’asino e infine delle rane. Perché qui, dove abito io, tutti conoscono questa storia bizzarra che sa di leggenda, ma che si è ramificata a perdita d’occhio, reclutando adepti di ogni sorta.

Quando i social non avevano ancora coscienza di sé, si faceva così: si passava parola. E quella parola valeva centomila like. Si andava in fiducia. Qui vicino, sulla pedemontana tra la provincia di Treviso e Pordenone c’è un luogo magico dove le rane migrano da un lato all’altro della strada ai piedi dei monti orientali per deporre le uova nelle sorgenti del Livenza. E in questa transumanza a centinaia restano spiaccicate al suolo per il passaggio delle auto. Gli “amici delle rane” hanno iniziato più di 10 anni fa a raccoglierle (anche 200 in un’ora!) e a trasportarle dall’altro lato della strada dove ci sono le sorgenti. Roberto ne ha creato un’icona, uguale e diversa a se stessa, che rappresenta il gesto interrotto del salto della rana prima di restare a terra. La rana di Roberto Bertazzon è un urlo soffocato al suolo di chi non cerca la supremazia, ma solo la libertà al primigenio istinto. Questa non andrebbe mai negata a nessuno, come il diritto di suolo. Resto incantata quasi più per il pudore con cui Roberto rivendica la paternità di questa lotta, che per gli indubbi capolavori che mi sfoglia sotto il naso. Ci vedo dentro la generosità di chi fa arte ad uso e consumo di un pubblico non sempre capace di ascoltare, vedere, respirare. Ma Roberto non demorde. Alzare il volume del microfono di chi non ha voce in capitolo, mi sembra cosa buona e giusta, sic et simpliciter, e Roberto mi sembra un sano visionario di un Made in Italy 3.0 a tutti gli effetti, sostenibile come lo intendiamo noi qui, eco-sostenibile come lo vuole lui.

Viva la voce delle capre, dell’asino e infine delle rane. E chi per loro.

roberto bertazzon

E-Italy

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